Babbo Natale esiste e ci ricorda che il mondo è cambiato
L’uomo da sempre ha lavorato di immaginazione per personificare i valori della vita, ma se un tempo avevano le forme e il carattere ambivalente della Natura, oggi tendono ad essere sempre più dei testimonial del mondo del commercio
Babbo Natale esiste? Se esiste, la sua esistenza non riguarda solo le generazioni contemporanee, figlie della cultura merceologica disseminata da decenni di caroselli firmati dai grandi marchi d’oltre oceano. Sì, insomma, Babbo Natale, se c’è, non è solo figlio della Coca Cola, ma è figlio pure di una società che l’ha accolto, magari anche solo per attualizzare figure più antiche di lui e più complesse di lui che da sempre hanno abitato l’immaginario collettivo delle nostre latitudini. Perché si vede che Babbo Natale non è autoctono, insomma un pochino si nota che non è delle nostre parti. Lasciamo perdere i vestiti, il berretto di pelo e la giubba di panno rosso, che potremmo anche fargli togliere perché ormai a Natale non fa più freddo, a tradirlo, piuttosto, è la sua smodata bontà.
Babbo Natale riassume in modo troppo semplificato la complessità dell’esistenza e per questo è diventato la banalizzazione della vita
Babbo Natale è un buono puro, in parte perché è la trasfigurazione pop di un santo turco, Nicola, che erede di una gran quantità di magagne viene ricordato come grande benefattore e dall’altra perché è a tutti gli effetti il testimonial del positivismo del commercio. Babbo Natale forse non esiste proprio perché non è credibile, riassumendo in modo troppo semplificato la complessità dell’esistenza è la banalizzazione della vita. Buono appena per questo periodo dell’anno, dove la bontà è per forza e sta in tutte le scatole a stelline con infondo la neve di polistirolo. Non convince quel girovagare di casa in casa, è troppo simile a quello dell’agente di commercio. Anche come figura immaginaria, proprio esce dall’immaginazione. E forse è anche questo il motivo del suo successo, quel suo bell’aspetto rubizzo, rotondo, pacificante ha messo a dormire le paure ancestrali dei mondi che fino a ieri erano stati rurali.

Non siamo più contadini legati alla terra, per questo anche l’immaginazione ha preso altre vie, spesso quelle rassicuranti di doni che possono essere comprati.
La mitologia popolare, invece, era nata da una concezione del “mito” che comprendeva sia le forze benefiche sia quelle malefiche della natura, per questo anche le creature immaginarie che popolavano le nostre campagne avevano forme e caratteri sfuggenti. Il dono per la civiltà contadina, certo, poteva essere una ricompensa ma aveva forme ambivalenti, gli effetti avevano cause spesso non percepibili alla stretta sfera cognitiva e culturale dei contadini, per questo anche la bontà era da accogliere con diffidenza e più spesso la cattiveria da interpretare secondo i parametri della colpa. Il “Salbanelo”, il Massirol, le Anguane erano al pari di Babbo Natale creature della fantasia, protagonisti di narrazioni che confondevano nel tempo storia e fiaba per fornire una visione del mondo lontana dalla cronaca, ma pure dalla pura invenzione.

L’essere buoni o malvagi non dipendeva dall’uomo, ma dal caso e con la stessa casualità l’uomo ne godeva e ne pativa i risvolti e i rovesci, il magico aveva i numeri della fatalità e, per questo, non è un caso che fossero le “fate” le tessitrici di queste impegnative trame di vita. Nel loro aspetto c’era da decifrare i disegni del ghiribizzo e dell’estrosità della vita.
Le fate dispettose ingarbugliavano le matasse, sporcavano il bucato steso al sole, tagliuzzavano i vestiti negli armadi
A volte buone a volte cattive, potevano trasformarsi in animali di qualsiasi specie, a volte si sposavano con gli uomini ma i matrimoni non finivano mai bene. Le loro qualità buone erano il saper lavorare il latte e i suoi derivati. Spesso sono raccontate in gesti teneri e affettuosi come lo sfamare chi da tempo era digiuno, ma fino a farlo scoppiare. Dispettose ingarbugliavano le matasse, sporcavano il bucato steso al sole, tagliuzzavano i vestiti negli armadi ma la loro aura rimaneva nel complesso positiva, forse per la loro bellezza pari solo a quella delle cugine anguane che abitavano fiumi, laghi e risorgive. Anche queste potevano essere di aiuto agli uomini impegnati nelle campagne, raccogliendo il fieno, ma potevano essere anche la causa della loro sventura se trovati troppo vicini al loro ambiente. Si dice che le persone venivano attirate nell’acqua grazie al loro melodioso canto e poi trascinate a fondo legando i piedi dei malcapitati con i loro lunghi capelli. Potrebbero essere state tranquillamente le sorelle delle sirene di Ulisse, o più semplicemente un raccapricciante monito lanciato per diffidare chiunque ad avvicinarsi a posti pericolosi come i fiumi. Anche in questo andrebbe ravvisata la componente “buona” della loro esistenza.

L’orco uccide le figlie
L’orco era una figura altrettanto ambigua, impressionante sempre nell’aspetto, per il carattere, invece, sembrava rispondere più che altro alle leggi della gravità terrestre: pesante tra le montagne, più leggero in pianura. Perché se in Valstagna, sull’Altopiano dei Sette Comuni, è la personificazione del diavolo che si ciba di bambini trovati da soli nei campi, nella Bassa Veronese è più che altro un amico degli ubriachi. E forse per questo ha ragione chi vuol far derivare Orco dal greco òrkos che significa ballare, e forse è per questo che da noi ubriacarsi si dice “ciàpare na bala”. Per l’ubriaco “balla” tutto e l’ubriaco e capace delle cose più abominevoli, l’orco, insomma potrebbe essere chiunque ogni volta che perde la luce della ragione.
Il termine orco deriva dal greco òrkos che significa ballare, e forse è per questo che da noi ubriacarsi si dice “ciàpare na bala”
Il Baraban, l’orco dei nostri Colli Euganei, è una figura tutto sommato mite, corpulenta, a volte barbuta ma ha anche un’irrequietezza sconosciuta al collega del Nord e una forza da temere sempre. Anche la figura del Sanguanello o Salbanello ha punti di contatto con l’iconografia di Babbo Natale: vestito di rosso ha tratti somatici nordici, è di fatto uno gnomo, ma terribile nell’essere beffardo. Rispetto ai sui cugini tedeschi, che custodivano pentole piene di tesori, il Salbanello nostrano non ha particolari mansioni se non quelle del dispetto e dello scherzo. Se lo stalliere, al mattino, trova arruffata la criniera dei cavalli o il bovaio la coda delle vacche; se il povero viandante smarrisce la strada in una notte nebbiosa; se la bella fanciulla trova la chioma intricata, e la mamma si accorge con spavento che i capelli del suo bimbo sono lisciati al rovescio, la colpa è sempre del Salbanello.

Il Salbanello, certo, o il Massariol, e pure il Pesariol, il Farfarreddu siciliano o il Domovoi dei russi e il Salvano nell’Alto Bellunese sono figli di quel Silvano della mitologia classica che passava il tempo a suonare il suo flauto di canne, l’antico fauno che personificava la natura selvaggia, terribile e pericoloso per i neonati e le partorienti. Temuto e venerato dai contadini, era uso placare il dio prima di dissodare un terreno, con una triplice cerimonia che ne invocava la protezione sui pascoli, sulle dimore e sui terreni stessi. E proprio perché personificazione della natura ne copiava i comportamenti, disinteressandosi se gli effetti delle sue azioni avessero o meno beneficio sull’uomo.
Chi invece aveva una valenza esclusivamente negativa era la strega. Meno legata alla terra, il suo mondo era prettamente quello magico: la notte, il bosco, le grotte ossia tutti qui luoghi fuori mano che coagulavano le paure legate al non noto. Misteriosa era anche la sua figura, poteva anche essere una donna o poteva esserlo stata, sconosciuti i suoi intenti se non nell’accezione negativa di compiere il male, emissaria del diavolo il suo scopo sicuramente era la tentazione. La sua immagine transitoria, sospesa tra l’umano e il non umano, è finita con il definirne anche l’iconografia, la strega è raffigurata come una vecchia, una megera, una marantega, cioè una donna prossima ai passaggi dalla vita, la cui conclusione poteva anche essere la morte, e questa sospensione ne ha in parte riabilitato la figura in qualità di rappresentazione del passato.
La Befana simboleggia la fine dell’anno e il desiderio di abbandonare tutte le cose negative successe lungo i 12 mesi
La Befana che viene issata sui falò simboleggia proprio la fine dell’anno e il desiderio di abbandonare, di bruciare, di sterilizzare con il fuoco, tutte le cose negative successe lungo i 12 mesi. Dall’atro canto il falò rappresenta anche il futuro, un futuro che è possibile indovinare in base alla direzione che le faville sprigionate dalle braci prendono dopo essere state alzate dal vento, questa direzione può portare al dono di una buona stagione, ma anche no, nel mondo dei contadini non c’erano certezze: «Falive verso sera, polenta piena na caliera. Falive verso matina polenta molesina. Falive a meodì polenta tre olte al dì”.







