La terra sotto il dominio degli astri
Il ritmo delle stagioni, scandito dal greve lavoro della terra e dalla tirannia degli astri diventa in forma figurativa il simbolismo dei mesi nei calendari. Fin dall’età romana la rappresentazione dei lavori rurali si combinerà sempre più con lo Zodiaco
Visi segnati dal tempo, sottratti fugacemente all’anonimato avuto in sorte dalla Storia, raccontano ancora, attraverso una biografia per immagini, di un passato aspro, forse solo in parte rimosso da una coscienza collettiva opacizzata dal mito del benessere. Sono contadini vissuti in un tempo in bianco e nero, gli stessi che prestavano lavoro “a opera”, immortalati nei momenti cardinali della vita, ammantati di valore sacrale: il battesimo, il matrimonio, il distacco – con la partenza costretta da guerra o miseria.
Li riconosciamo nelle foto sbiadite dei cassetti familiari, dove per un attimo la durezza delle espressioni rientra prepotentemente nel nostro spazio quotidiano, svelando il legame ancestrale che è tra uomo e terra. Un legame che non è mai stato ignorato, fin dai tempi più antichi: l’uomo addirittura è fatto di terra, il nome di Adamo deriva appunto da adamah – in ebraico terra. È poi la visione greca dell’uomo come parte di un sistema armonico, secondo la riflessione di Pitagora, a determinare l’idea di un intreccio indissolubile fra individuo ed universo, e dunque fra terra e cielo: fra uomo ed astri. L’idea viene puntualmente registrata nella cultura figurativa. Già in età romana, ad esempio, il simbolismo dei mesi, nella raffigurazione dei calendari si accompagna alla rappresentazione dei lavori rurali, tema che si combinerà sempre più con quello dello Zodiaco. In seguito, le più affascinanti testimonianze artistiche dell’età medievale traducono nella pietra questa visione, rimodulata nei termini dell’interpretazione cristiana: fra gli infiniti esempi rimane indimenticabile quello di San Marco a Venezia, dove il suggestivo tema dei Mesi e Mestieri unito a quello dello Zodiaco trova spazio nella porta centrale, finemente scolpita in tre archi.

Dicembre (palazzo della Ragione)
Il mese di dicembre nel ciclo di affreschi di Palazzo della Ragione di Padova. Una strepitosa “macchina del tempo”, il ciclo, il più esteso al mondo, con 333 riquadri che rappresentano gli elementi caratteristici del mese: il segno zodiacale, i simboli astrologici dei pianeti, i dodici apostoli associati ai dodici mesi, i lavori agricoli del mese
Il ritmo delle stagioni, scandito dal greve lavoro della terra e dalla tirannia degli astri, diventa protagonista anche nel territorio padovano, a partire dal cittadino Palazzo della Ragione. Una strepitosa “macchina del tempo” che avvolge lo spettatore e che racconta per immagine la complessa filosofia di Pietro d’Abano – docente dello Studio di Padova, e protagonista della tradizione astrologica medievale –, mettendo in luce il filo rosso che unisce la faticosa vita dei campi, la dimensione naturale della terra con i segni del cielo. Il ciclo, il più esteso al mondo, con 333 comparti distribuiti in tre fasce orizzontali, infatti, riproduce una perduta realizzazione giottesca, dispone lungo i riquadri un immenso campionario di immagini, scandito dalla presenza degli elementi caratteristici del mese: il segno zodiacale, i simboli astrologici dei pianeti, i dodici apostoli associati ai dodici mesi, i lavori agricoli del mese. Ancora a Padova, nel 1344, Jacopo Dondi realizzava il primo orologio pubblico capace di mostrare la posizione del sole nello Zodiaco e le fasi lunari: invenzione che trova un seguito nelle ricerche del figlio, Giovanni, che costruì l’Astrario, un prezioso strumento che riproduceva l’intero movimento della volta celeste.
Spostandosi a sud, lungo l’antico tracciato della via Annia, a Casalserugo, verso la Saccisica, si ammira il ciclo dei Mesi nel salone centrale di Villa

Astrologo di Giulio Camapagnola
Nell’incisione Giulio Campagnola inserisce la data 1509 sulla sfera dell’astrologo, è l’anno della guerra di Cambrai che devastò il Veneto
Ferri. Realizzato a cavallo tra 3 e 400, il ciclo si dispiega lungo una partitura geometrica, elegante cornice per la raffigurazione dei segni zodiacali e i mestieri: il potatore di viti per Febbraio, il battitore di grano per Luglio, il porcaio che uccide il maiale per Dicembre, solo per una citazione en passant. È questo sostrato culturale che permetterà a Padova di accogliere nel corso del Cinquecento la grande portata del giorgionismo – una pittura di atmosfere soffuse e malinconiche, permeata di una forte carica intellettualistica – che nella figura di Giulio Campagnola trova un altissimo interprete. Giulio riesce infatti a mettere a punto una raffinata tecnica incisoria, dove il rigoglioso paesaggio veneto si trasfigura in un’arcadia senza tempo. Con il maestro di Castelfranco, Campagnola condivide non solo le tematiche di ispirazione umanistica: dall’armonia musicale all’erotismo sublimato, ma anche coltissime iconografie astrologiche, dettate da una comune matrice culturale. L’apparente semplicità delle scene di paesaggio – spesso prive di corredo simbolico (diversamente da quanto accade, ad esempio nella pittura di Bellini, dove il paesaggio è inteso come “contenitore simbolico”) non va infatti fraintesa. Il linguaggio è denso, concentrato: in pochi segni deposita alcuni messaggi aperti a una lucida visione storica, a un’interpretazione della realtà per nulla pacificante. Ne è un chiaro esempio l’Astrologo, dove è possibile cogliere il lampante riferimento alla crisi politica e morale di quel momento storico, grazie al dettaglio della data 1509 posto sulla sfera, allusivo alla guerra di Cambrai che devastò il Veneto, accanto a tutti gli altri simboli di morte: il drago, il teschio, il tronco disseccato.

Domenico Campagnola Paesaggio
L’arcadia perduta, la placida convivenza tra uomo e natura è soprattutto la nostalgia per il perduto, consapevolezza di un presente segnato dalla distruzione portata dalla guerra tra il Papa e Venezia nel 1509
Il saggio sa tuttavia voltare le spalle e rifugiarsi nella dimensione privilegiata della conoscenza, attraverso lo studio delle stelle. Ed ecco che nelle incisioni di Giulio compaiono i satiri, simboli di una dimensione terrena carica di sensualità, denunciando una volontà di evasione, evidente sintomo di stanchezza della civiltà per trovare rifugio nel mito eterno dell’arcadia. Un’arcadia che non è (solo) bucolica evocazione di malinconici pastorelli ed ameni paesaggi di dolce campagna – ma è soprattutto nostalgia per il perduto, consapevolezza di un presente segnato dalla distruzione. Si tratta di un sentimento diffuso negli ambienti umanistici, che si infiltra nel contesto della villa, la piccola arcadia personale del ceto nobile. Una sottile insinuazione di precarietà percorre spesso le scene, apparentemente gioiose, affrescate nelle dimore di campagna. In questa luce possiamo leggere alcuni fra i più suggestivi esempi del territorio, troppo spesso, forse, apprezzati per un generico riconoscimento estetico, e meno per le profonde implicazioni concettuali. Così avviene a Luvigliano, sui Colli Euganei, dove Lambert Sustris – artista nordico giunto a Padova negli anni 40 del 500 – raffigura nelle logge di Villa dei Vescovi intensi brani di paesaggio fluviale e roccioso. O nella Bassa Padovana, dove a Sant’Urbano spicca il prezioso scrigno di Villa Loredan, decorato dalla bottega di Veronese verso la fine del 500, con scene di mitologia e di paesaggio, scandite dalla presenza allegorica delle Quattro Stagioni. Ed infine a Fratta Polesine dove, a Villa Avezzù nuovamente l’antico tema astrologico si intreccia con quello delle stagioni, nel ciclo ideato da Giallo Fiorentino. Qui, ancora, il tempo della terra soggiace al destino scritto negli astri, lasciando a noi il sogno baudeleriano di dormire come gli astrologi vicino al cielo, a impararne il segreto di infinito.
Foto di copertina – Orologio Dondi – Nel 1344, Jacopo Dondi realizzava il primo orologio pubblico capace di mostrare la posizione del sole nello Zodiaco







