Il sottosuolo veneto tra fragilità e risorse: i “Supersiti” SWAMrisk svelano la dinamica del sale tra Brenta e Po
La gestione delle risorse idriche nel basso veneziano entra nell’era dei “Big Data”. Grazie alla rete di rilevamento e ai modelli predittivi, emerge un sistema idrologico complesso, costantemente sollecitato da pressioni ambientali e antropiche contrapposte
La battaglia contro la desertificazione del Veneto costiero cambia marcia. Il progetto internazionale SWAMrisk (Subsurface WAter monitoring and Management to prevent drought risk in coastal systems), finanziato dal programma Interreg Italia-Croazia 2021-2027 con 2,19 milioni di euro, ha superato la boa di metà percorso, trasformando il basso veneziano in un laboratorio tecnologico all’avanguardia.
Dopo il completamento – lo scorso anno – dei “Supersiti” di monitoraggio a Buoro (Cavarzere) e Punta Gorzone (Chioggia), i dati hanno iniziato a fluire in tempo reale verso la “Hydro-cloud” scientifica, delineando un quadro di estrema fragilità per un territorio che giace fino a 4 metri sotto il livello del mare.
I “Supersiti”: Occhi elettronici nel cuore della bonifica
A differenza delle reti di rilevamento tradizionali, spesso discontinue, i nuovi complessi installati dal Consorzio di Bonifica Adige Euganeo in collaborazione con il Consiglio Nazionale delle Ricerche – Istituto di Geoscienze e Georisorse di Padova sono sistemi integrati ad altissima risoluzione. Non si tratta di semplici pozzi, ma di stazioni dotate di:
Piezometri multilivello: sensori che raggiungono profondità tra i 12 e i 35 metri per intercettare le diverse falde.
Sistemi multiparametrici: rilevano in continuo livello, temperatura e, soprattutto, conducibilità elettrica (l’indicatore diretto della salinità).
Stazioni meteoclimatiche: integrate con i dati di marea e i livelli dei canali di drenaggio.
Questa architettura consente una fotografia dinamica e istantanea: la velocità di trasmissione dei dati permette oggi di attivare sistemi di allerta precoce, fondamentali per segnalare l’avanzata dell’acqua salata prima che raggiunga le radici delle colture.
La fragilità del sistema: quando la pioggia e la bonifica diventano variabili critiche
I primi studi condotti nell’ultimo anno hanno evidenziato una complessità idrogeologica finora sottovalutata. I dati emersi durante la realizzazione dei pozzi documentano una salinità variabile a seconda della profondità: nell’acquifero superficiale i segni dell’intrusione marina sono netti, con una concentrazione che passa da 1-2 grammi per litro nei primi metri fino a toccare i 14 grammi per litro attorno ai sette metri di profondità. Sebbene questo valore sia inferiore ai 35 grammi tipici dell’acqua marina, rappresenta una soglia critica che rende la risorsa inutilizzabile per l’irrigazione tradizionale. Al contrario, un acquifero sottostante, protetto da un “acquitard” (uno strato di limi compatti a bassa permeabilità spesso oltre 10 metri), conserva acqua con bassissime presenze saline, confermandosi una riserva strategica.
In questo contesto, emerge un paradosso idrogeologico: il cuneo salino non è un fenomeno lineare, ma il risultato di una pressione combinata. Nelle aree di bonifica, il pompaggio delle idrovore — vitale per la sicurezza idraulica del territorio — condiziona pesantemente la falda, creando un richiamo meccanico per l’acqua salata dai fiumi pensili come Adige, Brenta e Gorzone. Persino le precipitazioni possono avere effetti controversi: in determinati assetti del suolo, la pioggia può spingere il sale verso zone precedentemente dolci, confermando che il territorio tra Padova e Venezia è un ecosistema in bilico, dove ogni variazione climatica o antropica ha ripercussioni immediate nel sottosuolo.
Dalla ricerca alle soluzioni: la Mini Scientific Conference di Padova
Queste evidenze sono state al centro della Mini Scientific Conference “Salinisation and Drought in Coastal Aquifers”, tenutasi lo scorso 5 marzo a Padova presso la sede del CNR. L’incontro ha visto il confronto tra esperti internazionali — tra cui Eleonora Carol (Argentina), Svjetlana Stanic-Kostroman (Bosnia ed Erzegovina), Ivo Andrić (Croazia) Nicolò Colombani (Università delle Marche) e Maurizio Polemio (CNR-IRPI Bari) — i quali hanno concordato sulla necessità di affiancare al monitoraggio costante un piano di infrastrutture resilienti.
Il progetto SWAMrisk, infatti, non si limita a fotografare il problema, ma dimostra scientificamente l’urgenza di interventi strutturali: acquedotti rurali, invasi per lo stoccaggio di acqua dolce e, soprattutto, lo Sbarramento sul Brenta. Per quest’ultima opera, la Regione Veneto e il Consorzio di Bonifica Adige Euganeo, hanno recentemente richiesto l’inserimento tra i progetti finanziabili dal PNISSI (Piano Nazionale di Interventi Strategici nel Settore Idrico), il principale strumento di programmazione nazionale destinato a mettere in sicurezza il sistema idrico italiano attraverso la realizzazione di infrastrutture invaso e distribuzione.
L’analisi SWAMrisk sulla siccità di marzo: il caso del Gorzone
L’efficacia delle informazioni fornite da SWAMrisk ha trovato una conferma immediata nelle dinamiche climatiche delle ultime settimane. Nonostante un inizio d’anno particolarmente piovoso (+36% a gennaio e +33% a febbraio rispetto alla media trentennale 1991-2020), il mese di marzo 2026 si è rivelato inaspettatamente secco. Questa repentina controtendenza è bastata a mettere in sofferenza la parte orientale del comprensorio: nell’area che va da Agna verso il mare, i segnali di carenza idrica sono stati immediati.
In scenari di criticità, i dati forniti dal monitoraggio indicano chiaramente la strada delle contromisure operative, ma ne svelano anche i limiti strutturali. Un’azione strategica come l’ipotetico azionamento dello Sbarramento Buoro di Cavarzere permetterebbe, ad esempio, di trattenere un livello d’acqua più alto nel Gorzone e bloccare preventivamente la risalita del cuneo salino. Tuttavia, il progetto SWAMrisk dimostra che la sola gestione dell’esistente non è più sufficiente: senza nuovi manufatti il territorio rimarrà privo delle armi necessarie per trasformare questi dati in una difesa attiva e tempestiva delle campagne.
Modellazione 3D: Simulazione degli scenari al 2026
Accanto ai sensori fisici, il progetto SWAMrisk ha implementato un potente braccio digitale. La società M3E, partener del progetto, ha sviluppato un modello numerico avanzato che ricostruisce il funzionamento idrogeologico dell’intera area tra il Brenta e il Po. Questo strumento non si limita a fotografare il presente, ma è in grado di simulare scenari evolutivi legati al cambiamento climatico, individuando le principali sorgenti di salinità. Queste simulazioni sono cruciali per la pianificazione territoriale: i dati scientifici prodotti serviranno infatti ad aggiornare e affinare i progetti delle grandi opere idrauliche, come lo sbarramento anti-sale, necessario per stabilizzare l’ecosistema fluviale e garantire l’irrigazione a distretti d’eccellenza come quello del Radicchio di Chioggia IGP.
Un’eredità geologica da proteggere
“Siamo di fronte a un sistema complesso, fatto di stratificazioni saline ed equilibri millenari che oggi subiscono una pressione senza precedenti – sottolinea Fabrizio Bertin, Presidente del Consorzio di Bonifica Adige Euganeo – Già dagli anni ’90 notiamo una progressiva diminuzione delle rese agricole. Se non conosciamo a fondo come si muove il sale sotto i nostri piedi, rischiamo di perdere per sempre, a causa della desertificazione, la produttività di vaste aree di territorio agricolo”.
Contesto e Obiettivi del Progetto SWAMrisk
Il progetto SWAMrisk si concentra su due aree di studio principali: l’area tra la Laguna di Venezia e il delta del Po in Italia, e il delta del fiume Neretva in Croazia. L’obiettivo generale è migliorare la conoscenza dell’impatto dei cambiamenti climatici sul sistema acquifero della fascia costiera. La regione mediterranea, infatti, affronta sfide crescenti legate all’aumento della frequenza di eventi siccitosi e alla progressiva contaminazione salina degli acquiferi, minacce concrete per l’approvvigionamento idrico, in particolare nelle aree costiere adriatiche. La principale emergenza affrontata da SWAMrisk è l’intrusione crescente di acqua salata negli acquiferi costieri, fenomeno aggravato dalla subsidenza e dall’innalzamento del livello del mare. Per contrastare questa minaccia, il progetto ha avviato un programma di monitoraggio delle falde acquifere, combinando tecniche idrogeologiche avanzate con l’uso di modelli predittivi. Una delle soluzioni prevede la creazione di un sistema integrato di osservazione che include il ripristino di punti di monitoraggio esistenti e l’installazione di nuovi piezometri nei “super-siti”, come quelli dove sono stati ottenuti i risultati a Chioggia e Cavarzere.
SWAMrisk coinvolge un consorzio di otto partner italiani e croati: il Consorzio di bonifica Adige Euganeo, il Consiglio Nazionale delle Ricerche – Istituto di Geoscienze e Georisorse (CNR-IGG), la Regione del Veneto, M3E srl, l’Università di Spalato, Dunea, Croatian Water e Aequum ltd. Grazie all’approccio scientifico e alla collaborazione transfrontaliera, SWAMrisk punta ad aumentare la conoscenza dell’impatto dei cambiamenti climatici sui sistemi acquiferi costieri italiani e croati per fornire soluzioni per la gestione delle acque sotterranee, contribuendo alla sicurezza idrica e alla sostenibilità ambientale delle aree costiere adriatiche.







