Essere donna nel Rinascimento, Beatrice Obizzi
Alcuni scritti e opere di letterati contemporanei alla celebre nobildonna del Catajo, offrono la possibilità di conoscere la condizione delle spose aristocratiche del XVI secolo. Uno stato che la cortigiana e poetessa veneziana Veronica Franco descrive dolorosamente in una lettera “…mangiar con l’altrui bocca, dormir con gli occhi altrui, muoversi secondo l’altrui desiderio…” questo era quanto preteso dalla convenienza sociale e dall’autorità della Famiglia
Articolo a cura di Massimo Trevisan
Il visitatore del castello del Catajo, alla fine della monumentale scala d’accesso, viene accolto da una costruzione cinquecentesca denominata “casa di Beatrice”, che rappresenta il nucleo più antico del complesso costruito in tappe successive dagli Obizzi. Essa è intitolata a Beatrice, nata Pio, moglie di Gaspare Obizzi (che lei sposa nel 1518, essendo nata presumibilmente nei primi anni del ‘500), donna assai famosa al suo tempo per bellezza, senno e cultura. Era figlia, secondo il Litta, di un Lodovico di Marco Pio, membro cadetto del ramo di Sassuolo di una famiglia assai ramificata, che era signora di Carpi dal 1329, ceduta poi parzialmente agli Estensi di Ferrara nel 1499 in cambio di Sassuolo (gli Estensi ne entrarono definitivamente in possesso nel 1527). Lodovico era stato un “capitano di ventura” al servizio di diversi principi (dal re di Napoli a Ludovico il Moro a papa Giulio II) ed aveva sposato una madama Graziosa, probabilmente una Obizzi. L’accorta politica matrimoniale dei Pio li aveva imparentati con molte delle famiglie più in vista dell’area padana e centroitaliana, compresi i Medici e, più avanti nel secolo, i Farnese, signori di Parma. Ai nostri scopi, giova soprattutto ricordare come una zia di Beatrice, Emilia, avesse sposato un Montefeltro, alla cui corte urbinate era entrata divenendo intima amica della cognata Elisabetta Gonzaga.
Per apparire libera e piacevole non dire parole sboccate, né far mostra di una familiarità senza freno con le cose della vita

“Il Cortegiano” di Baldassarre Castiglione, edito nel 1528, dove si finge di riportare i colloqui avvenuti nell’arco di quattro serate tra i membri della brigata raccolta attorno alla duchessa d’Urbino, nel marzo del 1507. Scopo del testo (che conobbe una lunga fortuna, oltre a influenzare profondamente la cultura del tempo) è quello di delineare il tipo del perfetto gentiluomo ed il profilo ideale della “donna di palazzo”, descrivendo minutamente i comportamenti più “convenevoli” da usare in società
Come “donna famosa per l’avvenenza, per la virtù, per la dottrina” (Litta) Emilia appare, assieme al fratello Lodovico, tra gli interlocutori di un celebre libro, “Il

Baldassarre Castiglione
Cortegiano” di Baldassarre Castiglione, edito nel 1528, dove si finge di riportare i colloqui avvenuti nell’arco di quattro serate tra i membri della brigata raccolta attorno alla duchessa d’Urbino, nel marzo del 1507. Scopo del testo (che conobbe una lunga fortuna, oltre a influenzare profondamente la cultura del tempo) è quello di delineare il tipo del perfetto gentiluomo ed il profilo ideale della “donna di palazzo”, descrivendo minutamente i comportamenti più “convenevoli” da usare in società, la lingua da usarsi, i divertimenti da adottarsi, le relazioni tra i due sessi e la maniera di intendere la vita sentimentale e l’amore. Val la pena di riportare una lunga citazione (è Giuliano de’ Medici che parla) che illustra acutamente quei tratti che definivano la perfetta gentildonna (ne do una parafrasi in italiano moderno). Dopo aver affermato che nell’uomo ci dev’essere una “virilità soda e ferma” e, nella donna “una tenerezza molle e delicata…[che] la faccia sempre apparire donna, senza mai scimiottare l’uomo”, egli continua: Tralasciando dunque quelle virtù dell’animo che [la gentildonna] deve avere in comune col cortigiano, come la prudenza, la magnanimità, la temperanza e molte altre, e tralasciando anche quelle caratteristiche che devono avere tutte le donne, come l’essere buona e discreta, il saper governare i beni del marito e la sua casa ed i figli, quando è maritata, e tutte quelle doti che si richiedono ad una buona madre di famiglia, affermo che a quella [signora] che vive in una corte si addice soprattutto una certa piacevole affabilità, con la quale sappia intrattenere gentilmente ogni tipo d’uomo con ragionamenti gentili ed onesti, adatti al tempo e al luogo e alla qualità della persona con cui parlerà, accompagnando ai modi placidi e modesti, che sempre devono guidare le sue azioni, una pronta vivacità d’ingegno che mostri la sua mancanza di goffaggine, ma con un’amabilità tale da farsi giudicare non meno pudica, prudente ed umana, che piacevole arguta e discreta. Le è necessario, perciò, un equilibrio difficile, composto quasi di cose contrarie, e saper giungere al limite senza mai superarlo. Questa donna, dunque, non deve, per farsi credere buona ed onesta, mostrarsi tanto ritrosa da disdegnare compagnie e ragionamenti anche se un po’ licenziosi ed allontanarsene… Comportamenti così scontrosi sono sempre odiosi. Tuttavia non deve nemmeno, per apparire libera e piacevole, dire parole sboccate, né far mostra di una familiarità senza freno e misura e modi tali da farla apparire quale forse non è; ma, di fronte a tali ragionamenti, deve accoglierli con un poco di rossore e vergogna.
Per lo Speroni è sulla donna che si basa la Repubblica di Venezia, le assicura una sorta di “eternità” attraverso la generazione dei figli
E’ assai probabile che, per educazione ricevuta e legami familiari, Beatrice Obizzi fosse perfettamente informata sugli usi delle corti italiane. Lei stessa, soprattutto dopo la morte del marito (1541), dà vita nella sua villa di Battaglia ad una sorte di “corte” dove accoglie poeti, letterati, studiosi, prelati e nobili, e dove lei brilla per molte delle doti sopra tratteggiate da Giuliano de’ Medici. Tra gli ammirati frequentatori della dama è Sperone Speroni (1500-1588), famoso letterato e filosofo padovano, autore dei “Dialogi” (editi nel 1542, ma scritti probabilmente nel corso degli anni ’30), due dei quali vedono come protagonista, seppur solo evocata dagli

I Dialoghi speroniani celebrano la figura di Beatrice Obizzi come perfetta gentildonna e sposa obbediente al marito
interlocutori, appunto Beatrice Obizzi. Nel “Dialogo delle laudi del Catajo” le eccellenti qualità della Signora Beatrice sono celebrate dal patrizio veneziano Marcantonio Morosini, discorrendo con la damigella Porzia. Ricorrendo a iperboliche e raffinate espressioni retoriche il Morosini immagina che tutto il Catajo, i colli che lo circondano ed il fiume che lo lambisce, si inchinino e rendano omaggio alle virtù della Signora (ma Porzia si chiede spiritosamente quale omaggio mai rappresentino le bisce e le zanzare che d’estate infestano la casa). Nel “Dialogo della Dignità delle donne” è un altro nobile veneziano, Daniele Barbaro, a farsi portavoce delle diverse opinioni emerse qualche giorno prima, in una discussione tra gli ospiti del Catajo, su a chi spetti la superiorità, tra uomo e donna, e circa il ruolo dei questa nella società. E’ Beatrice ad affermare che “per sua natura ogni donna, e soprattutto una moglie, è serva del suo marito” e che “in tale sua servitù sono posti tutto il suo bene e tutta la sua felicità”, aggiungendo poi: torniamo alla moglie, alla quale, essendo donna e nata per vivere come altri vogliono, è somma gioia e felicità servire il marito al quale, sia egli benevolo o aspro, la donna deve conformare i propri desideri…la vita delle moglie deve privare sé di se stessa e, rifiutando i propri desideri, accondiscendere molto volentieri al volere del marito, qualunque danno potesse seguirne. E facendo questo, alla fine, per lunga consuetudine, il danno si muterà in utile e l’amaro in dolce. Sono parole provocatorie, soprattutto se confrontate con quelle di Monsignor San Bonifacio che si era impegnato nella difesa della donna sull’onda dei valori già illustrati dal “Cortegiano”. Ma è proprio dei Dialoghi speroniani contrapporre opinioni diverse per “dilettare” il lettore e sottoporgli via via un ventaglio di punti di vista mutevoli, senza pretendere di giungere ad una conclusione definitiva. Sicchè è spigolando qua e là che si può tentare di ricostruire il pensiero dello Speroni (e della cultura che egli rappresenta) sulla donna e il matrimonio. Questo è un frutto delle leggi della “Repubblica” e il suo scopo è quello di assicurare una sorta di “eternità” alla Famiglia attraverso la generazione dei figli (si sta parlando, ovviamente, di una famiglia nobile, cui sola compete la partecipazione attiva alla vita politica delle città). Se la famiglia (o Casa) costituisce il fondamento, il nucleo della società, è grazie ad essa che la stessa Repubblica si conserva. Più che il sentimento d’amore, è dunque la ragione, è il divino disegno della Provvidenza ad imporre il vincolo matrimoniale e, in esso, a distribuire i ruoli tra uomo e donna: savi ed onesti uomini…furono il legislatori del matrimonio. Essi, conoscendo la naturale servitù che dobbiamo alle donne [grazie all’amore] e giudicando di doverla temperare in qualche modo, degnamente ce le destinarono a mogli, affinché da servi che Amore ci fa delle nostre donne, con le nozze noi meritassimo di farci loro consorti nel governo della famiglia. E dico consorti non diversamente dal nostro corpo che, solo in quanto consorte dell’anima, diviene la vita che noi viviamo. La vita civile, per la quale ci chiamiamo umani, non consiste in altro che una moglie ed un marito: quella come nostro fine, alla quale indirizziamo le nostre opere; questo, quasi ministro, che ha la capacità di metterle in opera. In questa unione, il marito e la moglie si dotano di una mutua integrità e benessere…maschio è il corpo dell’uomo e, come tale, si fa padre dei suoi figlioli, ma la sua anima è la femmina, che fatta gravida, si fa madre di molto bene … Questo fece la provvidenza divina per fare sì che la donna ami l’uomo, in quanto nata da lui, e che l’uomo sia amato com’ egli ama… Questa reciprocità di affetti sottintende che nella famiglia, come in una società ben regolata, i ruoli dei coniugi, ben distinti, concorrano insieme al raggiungimento della sua conservazione e prosperità.
“Come un’eco, che mai comincia a parlare per prima, ma prontamente risponde alla voce proposta, molto volentieri rida al riso; e nelle faccende familiari con ugual cura uguagli i pensieri dello sposo”

Tullia d’Aragona
Il ragionamento dello Speroni continua nel “Dialogo della cura della famiglia”, nel quale il padovano riporta le esortazioni, rivolte ad una sua figlia che andava sposa, dal filosofo Pietro Pomponazzi (che dello Speroni era stato maestro) con espressioni che richiamano da vicino le parole di Beatrice Obizzi: Ora se nel tuo vivere famigliare desideri assomigliare all’anima, allo stesso modo in cui essa, invisibile ed impalpabile, occupa il corpo e vi opera, tu, ugualmente chiusa e nascosta nella tua casa, comandando ed operando provvederai ai suoi bisogni, in modo che l’animo del marito, liberato da tali umili incombenze possa volgersi ed innalzarsi a imprese più lodevoli e adatte. Perché l’uomo è naturalmente più forte e coraggioso: cosa in cui Dio ha saggiamente operato affinché, dentro e fuori di casa, noi [uomini] conduciamo la nostra vita acquistando, ora con cautela ora con ardimento, e conservando quanto abbiamo acquisito. Dentro la casa la donna provvederà, coi mezzi di volta in volta più adatti, alla “roba”, alla servitù ed al marito (l’educazione dei figli, secondo Speroni, è affare dell’uomo). Nei suoi comportamenti la moglie non dovrà né essere troppo “malinconica” e restia ad ogni piccolo godimento, né di troppa “disordinata baldanza”, ma “come un’eco, che mai comincia a parlare per prima, ma prontamente risponde alla voce proposta, molto volentieri rida al riso; e nelle faccende familiari con ugual cura uguagli i pensieri dello sposo”.

Veronica Franco
Vietate le vesti troppo lussuose, se l’economia familiare non lo permette, e vietato l’imbellettarsi, chè più che l’aspetto esteriore nella donna contano le virtù della prudenza, castità, giustizia, pazienza, carità. Quanto fin qui detto mi pare sufficiente a delineare lo “spazio” che la società cinquecentesca riserva alla moglie (che è il destino più comune della donna, ma affianca quello della monaca, della vedova e della “zitella”). Uno spazio a dire il vero sfumato, poiché ammette varie eccezioni e i cui limiti sta alla “prudenza” della donna, in quel delicato equilibrio che il “Cortegiano” aveva indicato, saper superare. Ecco dunque lecito il “flirt” o addirittura l’amore extraconiugale (seppur giustificato quasi solo nel caso dell’uomo); ecco la donna “letterata”, che studia e scrive e si esercita nella musica o nella poesia (come Veronica Gambara -la cui madre era anch’essa una Pio- o Vittoria Colonna), ed ecco anche la “donna di potere”, che partecipa attivamente alla vita politica (Lucrezia Borgia) o rimasta vedova, sa governare il suo Stato (Costanza d’Avalos) o, più modestamente, amministra i beni di famiglia. Altro e ambiguo (a partire dal nome) è invece lo “spazio” della “cortigiana” (una “escort” di lusso diremmo oggi). Da un lato la si disprezza, dall’altro la più distinta società maschile la frequenta, essendo lei, oltre che bella, spesso donna colta e raffinata, dotata di grazia e spirito. E’ il caso, per esempio di Tullia d’Aragona e della veneziana Veronica Franco, entrambe poetesse. La prima è anzi la protagonista del “Dialogo d’Amore” dello Speroni, dove incarna la figura della donna innamorata, nella quale Amore gioca in tutte le sue sfumature, dalla sfrenata passione alla gelosia al dolore per la prossima partenza dell’amato (che è Bernardo Tasso, il poeta padre di Torquato). In lei, quel limite di affettuosità e complicità temperata che caratterizza l’amore della maritata è superato, ed essa appare paradossalmente come la quintessenza della femminilità. Con una precisazione, però: che essa è tanto più amabile quanto meno è maritabile. Con distaccata sincerità Veronica Franco descrive in una lettera la propria condizione: Darsi in preda di tanti, con rischio d’esser dispogliata, d’esser rubbata, d’esser uccisa, ch’un solo un dì ti toglia quanto con molti in molto tempo hai acquistato, con tant’altri pericoli d’ingiurie e d’infermità contagiose e spaventose; mangiar con l’altrui bocca, dormir con gli occhi altrui, muoversi secondo l’altrui desiderio… Senza dimenticare che “mangiar con l’altrui bocca, dormir con gli occhi altrui, muoversi secondo l’altrui desiderio” è comunque il destino che Beatrice Obizzi disegna per ogni donna maritata, e che questo destino non è, quasi mai, scelto liberamente dalla donna ma le è imposto dalla convenienza sociale e dall’autorità della Famiglia.







