Il fuoco non brucia l’arte, è più spesso l’indifferenza a condannarla
Notre Dame si salverà dall’incendio perché Parigi non sarebbe più Parigi, nessuno sarebbe disposto a riconoscerla senza
Il rogo di Notre Dame de Paris ha indubbiamente sottratto qualcosa di importante alla civiltà degli uomini, riducendo in cenere un simbolo della cristianità e dell’arte. Lo testimonia lo sgomento con il quale l’incendio è stato raccontato dai media di ogni parte del mondo al quale si è poi aggiunta la cronaca di ogni uno di noi sui social come Facebook. Ne uscito un racconto collettivo, intimo, personale, fatto di scatti in posa davanti alla grande cattedrale parigina durante una gita, il viaggi di nozze, le vacanze. Momenti, fermati perché davanti ad un monumento di questo valore religioso, storico, artistico è necessario fermarsi. I simboli hanno questa forza, entrano in ognuno di noi perché siamo in grado di attribuirne il valore. E’ impossibile passarci davanti e riuscire a non trattenerne una piccola parte, conservarla gelosamente, attestare che si è assistito a qualcosa di importante e significativo. E Notre Dame si salverà dall’incendio forse proprio per questo, Parigi non sarebbe più Parigi, nessuno sarebbe disposto a riconoscerla senza. Ci sarà sempre un dito a indicarne la guglia perché verrà ricostruita, non c’è da aver alcun dubbio su questo. Come La Fenice di Venezia, la Reggia di Venaria Reale, la Basilica superiore di Assisi tornerà ad occupare il suo posto, mancherà qualcosa, certo, parte del suo arredo e del patrimonio artistico è volato in cielo con il fumo, non sarà una perdita da poco, ma il simbolo, la testimonianza del suo tempo e della civiltà che l’ha prodotta non crollerà, non mancherà di raggiungere il futuro perché appartiene all’orizzonte di quel paesaggio parigino al quale ormai siamo abituati. E’ questo, infatti, che difendiamo con la cultura, noi stessi, il nostro modo di sentirci parte di un sistema, di un linguaggio, di una civiltà che è fatta anche di tutti quei monumenti: chiese, mura, castelli, ville e lembi di territorio che però non hanno la stessa notorietà e per questo vivono un’esistenza molto più incerta. A tenere in vita le cose è il loro valore o comunque quel valore che siamo disposti a riconoscerli in ragione a quanto appartengono alla nostra vita. Ecco perché estendere la cultura è un obbligo, vivere e amare le opere d’arte è il modo in cui riusciamo a salvarle a prescindere che si trovino a Parigi o a trecento metri da casa nostra, a prescindere che siano alte lingue di fuoco a divorare mura maestose o il sole e l’edera a divorare le umili pietre di una chiesetta campestre. Il tempo non brucia, sgretola lentamente provocando un dolore dilazionato, spesso annacquato d’indifferenza, e tutto quello che si perde in questo modo è per sempre.







