Michela Ruzza, giovane chef pâtissier partita dal Polesine
Ha poco più di vent’anni e alle spalle collaborazioni con i nomi importanti della ristorazione internazionale, come lo chef Michele Moroso o Jumpei Kuroda del ristorante stellato “I Due Buoi”. Nel lavoro in cucina oggi vive la sua rivincita, trovando un linguaggio che va oltre la dislessia
Giovane, anzi giovanissima, ma con una lucidità nelle scelte che non ha paragoni con i tuoi coetanei. La cucina è entrata subito nella tua vita e malgrado non siano mancati i momenti difficili, hai già una strada spianata davanti. Ma perché proprio ai fornelli?
“In cucina riesco a portare avanti la mia storia: dall’infanzia con la nonna, alle prime torte prodotte da me per il mio compleanno, avevo otto anni e mia mamma mi diceva solo “te impisso mi el fogo” (ti accendo il fuoco), alle scelte scolastiche e ad oggi, che sto compiendo i primi passi nel mondo del lavoro. Non riesco a vedere il mio futuro lontano da una cucina”.
Per te la cucina è anche una forma di espressione, giusto?
“Soffro una forma di dislessia, quando ero piccola pensavano fossi pigra, poi invece alle elementari la mia patologia è stata individuata, ma nel frattempo avevo già messo in atto la mia risposta, ero portata per i lavori manuali, all’organizzazione e anche a sviluppare una certa tenacia, il che mi aiuta a superare i problemi”.

Tu hai frequentato il Cipriani, il rinomato istituto alberghiero di Adria.
“Finite le scuole dell’obbligo non ho avuto dubbi sul percorso scolastico da intraprendere. Ero consapevole che un disturbo come il mio avrebbe potuto creare delle difficoltà negli altri percorsi di studio”.
E comunque sei partita “a razzo”, non hai certo perso tempo.
“Posso dire che a solo 21 anni ho avuto già delle soddisfazioni: i primi corsi di specializzazione di pasticceria a 15 anni, l’anno dopo lo chef Michele Moroso dell’hotel Continental a Montegrotto Terme mi ha dato fiducia e mi ha assunta per le due stagioni estive successive incaricata della preparazione di antipasti freddi e dolci per le colazioni. Poi ho partecipato ad un concorso del Cipriani e di seguito mi sono classificata prima ad un concorso nazionale di macaron (dolcetti francesi) arrivando terza in tutta Italia”.
Ci sono stati dei segnali che ti hanno fatto capire che stavi intraprendendo la strada giusta?
“L’ultimo anno di scuola ho superato il colloquio e subito nei fine settimana sono stata “assunta” come pasticcera iniziando a lavorare nei Weekend: sveglia alle 5 del mattino e nel frattempo studiavo per l’esame di maturità. All’esame ho preparato la mia tesi sul Cioccolato, i professori sono stati più entusiasti di me e mi hanno premiato con un bel voto. La scuola aveva dato il suo placet alla mia formazione e determinazione”.

Poi è arrivato il lavoro?
“Due anni fa sono andata a fare un colloquio in un ristorante a Milano e uscendo sono stata contattata dallo chef Jumpei Kuroda del ristorante stellato “I Due Buoi” di Alessandria per una prova: il giorno seguente sono partita per Alessandria. Ero molto spaventata ma la calma dello chef, l’educazione e l’amore per questo lavoro mi hanno aiutato molto. A soli 19 anni ero capo partita di un ristorante stellato, in una città che non amavo, grigia e triste, con persone che non conoscevo. Ho superato la fatica grazie al mio carattere da maschiaccio”.
Pero’ Brescia è ora la tua città del cuore.
“Sono tornata e ora sono impegnata alla Scuola Cast Alimenti dove ci sono sempre più donne che lavorano in pasticceria, un settore che non conosce crisi e ha tanti sbocchi lavorativi”.
Oggi gli chef sono diventati delle star della Tv, c’è qualche nome noto a cui ti ispiri?
“Non ho mai cercato ispirazioni nei grandi chef o nei programmi televisivi, prima di imparare a fare piatti stellati bisogna imparare a lavorare velocemente, con testa, e per questo mi sono stati molto di esempio il mio primo chef Michele Moroso e il mio ultimo sous chef che ammiro molto per la passione che esprime e la sicurezza nei movimenti: fa una specie di ‘’danza’’ del servizio, è un fenomeno. Ecco sono questi gli aspetti del lavoro che mi servono come ispirazione”.
Quanto è dura la vita del cuoco?
“Questo lavoro implica pazienza, determinazione, passione. Gli orari sono spesso strazianti, il limite della giornata è imposto dal male ai piedi o dal male alla schiena, ma se lo si fa con amore, in realtà, non è neanche lavoro. Io vivo per lavorare e non me ne vergogno, perché è una continua ricerca: curiosa per me, intrigante, spero, per chi consuma le mie preparazioni”.

Tu sei nata in Polesine, ci sono dei piatti del territorio che hai deciso di portare con te, nei tuoi futuri viaggi?
“Si amo la mia terra e i suoi sapori. Mi piacciono i piatti semplici come la pasta e fasoi, la polenta, il pane con lo zucchero. Quanto torno a casa non mancano mai le pevarasse, per preparare una spaghettata. Del Polesine amo il largo impiego in cucina degli ortaggi, del riso, del pesce…tra l’altro penso siano gli ingredienti della cucina del futuro”.
A proposito di futuro, i tuoi progetti nell’immediato?
“Ora ho un contratto di un anno qui a Brescia, alla Scuola Cast Alimenti. Ma tornerò presto in cucina, mi stimola troppo far parte di una partita di pasticceria. Spero che nel mio mondo non manchino mai: entusiasmo, impegno e persone capaci di farmi crescere in questo lavoro, a cui devo già così tanto”.







