Senza Agricoltura non c’è cibo
Nascono nuove forme per la commercializzazione delle piccole produzioni locali, ma probabilmente le risposte ai cronici problemi del settore agricolo sono da un’altra parte. Intanto un’altra eccellenza del Made in Italy e finita in mani francesi
Qualche settimana fa ho appreso la notizia che un altro tassello della nostro Made in Italy, il Parmigiano Reggiano, passa in mano francese. La società Lectalis (società francese), che è la maggior esportatrice di prodotti DOP italiani (tra cui Invernizzi, Parmalat, Locatelli, Galbani), si è accaparrata anche il marchio Parmigiano Reggiano. Nessuna cordata italiana è riuscita ad arginare l’assalto, ma questo è un film già visto anche in altri settori dell’economia italiana (meccanico, siderurgico, manifatturiero ecc). E qualcuno crede ancora di riuscire a difendere l’italianità quando abbiamo bisogno – in modo evidente – di capitali stranieri. Poi non lamentiamoci se siamo terra di conquista.
Molte sono le eccellenze italiane del settore primario in mano a stranieri e non possiamo decidere e fare nulla. Forse siamo inchiodati al concetto primitivo che piccolo è bello, piccolo è buono, piccolo è il nostro futuro. Ecco allora lo sforzo di creare o fornire una opportunità di reddito alle nostre molte aziende, sempre sull’orlo di crisi mistiche o isteriche, per le situazioni che devono affrontare. Ammesso che tale opportunità sia praticabile dalle aziende, già molti produttori hanno dovuto cimentarsi con la vendita diretta, con i mercatini rionali e quelli domenicali solo per difendersi dall’estinzione. Ma queste aziende cosa sono costrette a fare per racimolare un po’ di reddito e poter sopravvivere?

Il progetto sulle PPL (piccole produzioni locali) mira a valorizzare le tipicità delle produzioni e le tradizioni di un determinato territorio e la Regione Veneto ne ha definito il percorso (DGR n. 2162 del 29 dicembre 2017) per un periodo di cinque anni (consultazione del sito: www.pplveneto.it). Il sito internet è di facile fruizione e intuitivo per le necessità informative di qualsiasi curioso. Molti sono i prodotti autorizzati per questo tipo di canale di vendita semplificato; dalle carni fresche ai salumi e agli insaccati, dai prodotti da forno ai prodotti ortofrutticoli freschi e trasformati (ogni tipo di prodotto ha il suo relativo allegato con la descrizione dei requisiti da rispettare). È chiaro ed evidente che il progetto deve garantire i requisiti minimi in termini di:
• sicurezza igienico sanitaria degli alimenti e dei prodotti venduti;
• produzione e vendita degli alimenti come integrazione del reddito aziendale;
• possibilità di commercializzazione in ambito locale/provinciale e province limitrofe.
È superfluo quindi sottolineare che i prodotti devono provenire esclusivamente dalla propria produzione primaria. Attualmente, in Veneto, vi hanno aderito circa 200 aziende.
Come funziona il PPL? Chi aderisce al progetto deve intraprendere un percorso di formazione per l’adeguamento a norme di igiene e sicurezza degli alimenti. Il passo successivo è il sopralluogo in azienda (preventivo e gratuito) del SIAN (il Servizio di Igiene degli Alimenti e Nutrizione dell’ULSS) territorialmente competente. Il terzo passo consiste nella valutazione del rischio effettuata dall’IZSVe (Istituto Zooprofilattico Sperimentale delle Venezie), che definisce annualmente il piano dei controlli sugli alimenti. La navigazione del sito permette l’adesione al progetto, la scelta della tipologia di produzione, la consultazione delle aziende partecipanti, la richiesta del sopralluogo preventivo oltre a tante altre notizie. Fatto tutto questo, in breve tempo si ottiene l’autorizzazione e poi è possibile iniziare ad operare.
Anche se posso condividere questi interventi per fornire opportunità ai nostri produttori, anche se sono convinto che senza agricoltura non c’è cibo, ma nemmeno difesa del territorio, personalmente non credo che queste misure possano portarci all’autosufficienza alimentare, né tanto meno a invertire le abitudini create dalla GDO (Grande Distribuzione Organizzata). Nonostante qualche politico sbandieri che piccolo è bello, che la colpa della perdita dell’autosufficienza alimentare è da imputare alla GDO, che siano sempre più le persone con nostalgia del passato, ritengo che l’agricoltura in generale (e la nostra in particolare) vada difesa e finanziata in modo continuo e tutti dovrebbero essere coinvolti e contribuire a questa difesa. A cominciare dal rispetto per questo settore e per chi vi lavora. Ma i segnali attuali vanno in direzioni opposte: assistiamo a professionisti dell’informazione impreparati, registriamo che molti operatori commerciali pagano poco (se non nulla) i prodotti agricoli. Stiamo collezionando fallimenti di commercianti di frutta (che preferiscono dichiarare fallimento pur di non pagare i prodotti acquistati), oppure cooperative agricole che non pagano i propri soci per mancanza di soldi. Il tutto dovuto a gestioni discutibili e amministratori non adatti al loro mestiere. Tanto si sa chi paga, alla fine (scarpa grossa).







