Le ombre del Natale
La storia di Gesù offre spunti di riflessione su questioni di grande attualità
Il Natale è ogni anno la solita storia: Gesù che nasce, Dio che si fa uomo per salvare l’umanità. Per alcuni è solo un’iniezione zuccherosa di buonismo. Per tutti, credenti e non credenti, è un’occasione di festa che spesso induce alla corsa agli acquisti e al consumismo, croce e delizia della società contemporanea. Eppure, se si ritornasse all’origine, cioè al testo dei Vangeli che raccontano “la solita storia”, ci si accorgerebbe quanto è intrigante e attuale quella storia. Dal Kurdistan alla Catalogna passando per i referendum di Veneto e Lombardia si continua a dibattere, con varie sfumature, di identità di popolo, di nazione, di autonomia e di indipendenza. A più di duecento anni dal Congresso di Vienna. Al tempo di Gesù non c’erano le tensioni odierne fra Palestinesi e Israeliani, ma fra Romani ed Ebrei i rapporti erano piuttosto tesi e anche fra la Galilea a nord, la Samaria al centro e la Giudea a sud, con la città di Gerusalemme, non correva buon sangue. Divisioni, diffidenze, disprezzo, ostilità in cui la religione era – come spesso accade ancora oggi – per lo più un pretesto o uno strumento nelle mani del potere.
Vari momenti della predicazione del maestro fanno emergere queste problematiche: basta ricordare il rifiuto dei Samaritani di accogliere Gesù perché era diretto a Gerusalemme oppure la provocazione implicita nella parabola del buon Samaritano raccontata a un dottore della Legge o, infine, il ruolo di Pilato nella condanna alla crocefissione. Poco prima della fine di questa storia, quando Gesù a Gerusalemme viene interrogato dal Sommo sacerdote, Pietro – uno dei personaggi secondari più importanti – rinnega per tre volte il suo maestro: alcune persone, infatti, lo avevano riconosciuto come uno dei seguaci del “Nazareno”, e tale sospetto era avvalorato dal fatto che anche Pietro era un “Galileo”. Ora questo episodio ci riporta alla nascita di Gesù.
Gesù nasce a Betlemme, un villaggio della Giudea: Giuseppe, suo padre, si è recato lì dalla Galilea per rispondere al censimento indetto dall’imperatore romano Augusto, in quanto era discendente di Davide, e quindi Giudeo. Poco dopo la nascita, però, il re della Giudea, Erode, fa uccidere i neonati e la famiglia di Gesù – padre, madre e bambino – fugge all’estero, in Egitto, per mettersi in salvo. Alla morte di Erode pensano di tornare tutti in patria, in Giudea, ma il governo del nuovo re non offre sufficienti garanzie di sicurezza e allora migrano a nord, di nuovo in Galilea, a Nazareth. Lì Gesù cresce, da lì andrà con i genitori in pellegrinaggio al tempio di Gerusalemme, da lì si recherà in Giudea per essere battezzato da Giovanni con le acque del fiume Giordano, da lì inizierà la sua predicazione che lo porterà a Gerusalemme. Secondo i racconto di Giovanni, sulla croce dove viene inchiodato Pilato fa appendere una tabella con la scritta: “Gesù nazareno, re dei Giudei”. Inutile dire quanto potesse suonare beffardo il riferimento contestuale a Nazareth di Galilea e alla Giudea. Tutta questa storia, fatta di migrazioni prima ancora che di viaggi, offre spunti di riflessione anche sul tema della cittadinanza e dell’accoglienza. Ad un’attenta lettura le risposte ci sono, per chi le vuol vedere dietro le luci del Natale.







