Vino: un 2023 con tante domande
Per il mondo dell’enologia sono anni cruciali in cui i “cambiamenti” – del clima, dell’economia, della società – aprono scenari nuovi da interpretare e da ponderare
Nell’ennesima estate che i produttori vitivinicoli hanno fatto fatica a interpretare, in cui l’iniziale pessimismo sulle quantità anche nel Veneto ha finito per diventare un 5-10 % in più di prodotto rispetto al 2022, sono rimbalzate come non mai idee, ipotesi, prospettive sul futuro del settore che potrebbero lasciare perplessi i non addetti ai lavori. Ma come: in crisi il vino, proprio ora che non si fa che sbandierarne i successi in Italia e all’estero, che le cantine sono diventate mete turistiche al pari dei monumenti artistici, che le “bollicine” venete hanno conquistato il mondo?
Eppure i cambiamenti climatici e negli stili di vita, gli aumenti dei prezzi e forse anche un po’ di disorganizzazione e incapacità di fare squadra non fanno dormire sogni del tutto tranquilli alle imprese del settore. Che sono diverse per dimensioni e ubicazione. Senza farne un catalogo, si può provare a richiamare alcuni di questi pensieri “strani…”
In Valpolicella per fare fronte al troppo caldo si ricomincia a piantare più in alto, oltre i 500 metri, ridando vita a vigneti abbandonati

Sempre più persone scelgono le mete turistiche in funzione della presenza di aziende vinicole e della possibilità di visitarle, magari raggiungendole anche in bicicletta e pernottando in zona. Il vino è il prodotto perfetto che coniuga: natura, tradizione, tipicità, storie e persone
Clima: è di questi giorni la notizia che a Bordeaux si sta studiando una possibile sostituzione dei vitigni classici della zona con altri che si adattino meglio a un clima che si prevede più caldo, tra qualche anno, di anche 3 o 4 gradi. Chissà se accadrà, sarebbe un terremoto per una delle “sicurezze” più assodate dell’intero mondo del vino: i “bordolesi” per antonomasia sono cabernet e merlot, le uve rosse più celebri in assoluto. Sfrattate, migrate? Eppure i francesi ci stanno pensando… e nel Veneto, nei colli Euganei, potrà mai accadere? O forse sta già accadendo: in Valpolicella si ricomincia a piantare più in alto, oltre i 500 metri, ridando vita a vigneti abbandonati o divenuti secondari, proprio per fare fronte al troppo caldo, e si diffonde il Corvinone, più adatto della classica Corvina al nuovo clima. Sono poi sempre di più i viticultori che provano le varietà “resistenti”, i cosiddetti Piwi: sono piante selezionate grazie a incroci successivi per ottenere varietà che resistano alle malattie fungine ma anche alla siccità e al caldo.
Tra le notizie sul vino, sempre più spesso accade di incontrare articoli che parlino delle tendenze tra i giovani, e in particolare delle bevande “low alcol” o addirittura ad alcol zero. E per bevande si intendono birra, vino e persino cocktail venduti già pronti, in bottiglia o lattina, a basso contenuto alcolico. Di questo si parla soprattutto all’estero, perché in Italia il mercato di questi prodotti è all’anno zero, a parte le birre analcoliche che esistono da tempo e hanno una piccola nicchia di affezionati: parlare di vino senza alcol, non solo nel Veneto, è un’eresia da scomunica. Però il clima europeo sempre più caldo sta portando ad avere prodotti sempre più “caldi”, ovvero alcolici, in controtendenza con le richieste del mercato. È vero che non è stato ancora trovato un procedimento che riesca a togliere l’alcol dal vino senza modificarne sensibilmente le qualità organolettiche, e fino a che non accadrà gli appassionati non tradiranno mai la “buona bottiglia”, al massimo berranno meno. Il fatto che all’estero la domanda e l’offerta di questi prodotti cresca deve però fare riflettere, anche perché il vino italiano è arrivato nel 2022 a 8 miliardi di euro di export, e se il settore sta bene lo si deve per lo più a questo.
Tra i giovani si sta diffondendo la tendenza verso bevande sempre più “low alcol” o addirittura ad alcol zero

In Italia il mercato delle bevande low alcol è all’anno zero, a parte le birre analcoliche che esistono da tempo e hanno una piccola nicchia di affezionati
L’enoturismo, che cos’è? È mai possibile che sempre più gente voglia andare in cantina ad assaggiare i vini, parlare con i titolari, passeggiare tra i vigneti e magari anche pranzare? Ormai sì, in tantissimi scelgono le mete turistiche in funzione della presenza di aziende vinicole e della possibilità di visitarle, magari raggiungendole anche in bicicletta e pernottando in zona. Cioè, oltre a guardare gli orari di apertura del museo, si guarda se e quando il vignaiuolo ti può ricevere! Sembra impossibile ma è così, oggi si cercano esperienze “vere e sincere”, e il vino sembra il prodotto perfetto: natura, tradizione, tipicità, storie e persone… e tanto altro. Per tutto questo serve però essere organizzati e aperti all’accoglienza, che non è un semplice shop o una degustazione. Per il resto, i colli veneti, tra cui gli Euganei, sono perfetti per lo scopo: nella natura ma a due passi dai centri turistici blasonati. L’enoturismo può trainare un territorio così come il vino traina il settore rurale, offrendo lavoro, occasioni imprenditoriali e facendo conoscere altri prodotti come l’olio e i salumi.
Teniamo poi conto che il vino sta diventando un prodotto sempre più “elitario”, ovvero chi lo beve sa cosa beve. E costoso: i prezzi sono destinati ad aumentare proprio a causa dei problemi connessi al clima, e agli aumenti dei costi di produzione e dei materiali, dal vetro ai tappi. Chi acquista bottiglie però vuole provare tante cose, sapori ed emozioni, o semplicemente avere il piacere di un prodotto di qualità nel bicchiere. E sempre più è un fruitore preparato, ha fatto corsi, si è informato: è raro trovare in atri settori clienti “preziosi” come questi. Che in cambio però sono disposti a spendere se convinti che ne valga la pena: davvero sanno che stanno acquistando storia, ambiente, territorio e sostenendo il lavoro di tante persone, che spesso invidiano e ammirano. È qualcosa di impagabile e da giocarsi bene: a partire dalla tutela di un bene, il proprio territorio appunto e chi lo abita, che è più prezioso di ciò che la bottiglia contiene.







