Un lavoro sottopagato, storia di un campanile che non c’è più
I documenti inerenti ai lavori che nei primi decenni del XVIII secolo portarono all’innalzamento della torre campanaria del comune di Masi, riportano le condizioni di lavoro e salariali delle maestranze del tempo, pagate a pane e vino
Articolo a cura di Federica Guerra
Nel febbraio del 1734 i rappresentanti del comune di Masi chiedono al Podestà di Padova il permesso di aumentare l’altezza del campanile per poter raggiungere col suono delle campane anche le zone più lontane del paese affinché tutti i paesani potessero partecipare alle sacre funzioni.
Perché si sentì a quasi quattrocento anni dalla costruzione della chiesa l’esigenza di aumentare l’altezza del campanile? Perché la funzione che aveva svolto fino ad allora non bastava più? Credo che la causa sia da attribuire all’arrivo della famiglia aristocratica veneziana dei Grimani nel territorio del comune padovano. Negli anni settanta del cinquecento, acquistano in consorzio con altri nobili veneziani, buona parte delle terre che oggi ruotano attorno alla chiesa campestre di San Felice, nella frazione di Colombare, bonificando e mettendo a coltura i terreni e costruendovi abitazioni per i coloni che vi lavoravano. Così facendo si sviluppò una forte concentrazione di famiglie che risiedevano ben lontane dallo storico centro abitato che si era andato formando dalla fine del duecento (dopo la suddivisione agraria operata dal comune di Padova a ridosso dell’Adige di fronte a Badia), dove sorgerà nel 1358 la vecchia parrocchiale di San Bartolomeo. Per queste famiglie, raggiungere la chiesa per la messa non era affatto facile. Fu così che alla fine del XVII secolo (Andrea Gloria precisa l’anno 1694), Pietro Grimani decise di costruire una piccola chiesa ad uso del popolo intitolata al Beato Felice da Cantalice cappuccino e alla Vergine Maria. Nel 1702 chiese fosse istituita parrocchiale proprio adducendo l’argomento della distanza da San Bartolomeo, ma non ottenne il permesso.

Via Matteotti di Masi, che conduceva all’antica chiesa
Nella copia del testamento di Pietro Grimani inserita fra le carte di San Felice, veniamo a sapere quali erano le attività che si svolgevano nel piccolo oratorio: “…ho fatto celebrare ogni giorno la s. messa e due nelli giorni festivij per comodo maggiore di quel popolo, pubblicar con l’assenso del parroco le feste e vigilie che cadono fra la settimana, insegnar dopo pranzo la dottrina cristiana, recitar una parte di rosario con le litanie et il venerdì la corona del signore in quell’ora che il cappellano ha creduta più comoda per il maggior concorso del popolo…” (As Ve, Archivio Marcello Grimani Giustinian, 383/g, f.185, c 26 r-v). In una lettera del 1708, un incaricato del Grimani, gli comunica di essere riuscito ad ottenere dal vicario foraneo: “che per quest’anno non s’opponga alla celebrazione della messa nel giorno solenissimo della Santa Pasqua nel privato oratorio di V. E. quando vi sia l’accennato pericolo, che la distanza dalla parrocchiale e le male strade presenti possino impedire agl’abitanti di quel vicinato dall’adempimento del precetto d’ascoltarla”, ricordandogli inoltre: “Per altro,[…]per cotesto suo oratorio de Masi, dalla quale saranno certamente escluse le giornate più solenni di Pasqua e Pentecoste, che dall’autorità del Vescovo non potevano essere permesse”. (As Ve, Archivio Marcello Grimani Giustinian, 383/g, f.185, c. 2 r/v. Aggravi mansioneria e cappellania nella chiesa campestre di Masi).
Il suono delle campane non raggiungeva la comunità di Colombare, sicché si decise di innalzare il campanile
Ecco quindi spiegata la necessità agli inizi del settecento di aumentare l’altezza del campanile: il nuovo nucleo insediativo che si era andato formando attorno alla tenuta dei Grimani era troppo lontano dalla chiesa del paese. L’obbligo di riunire per le feste principali tutta la popolazione nella chiesa principale, rendeva la portata del suono delle campane decisamente insufficiente. La richiesta quindi viene accolta e nel mese di Marzo del 1734 i commissari e il massaro incaricati di sovrintendere ai lavori e di controllare le spese, procedono a stabilire gli accordi coi muratori responsabili della gestione del cantiere di lavoro. Dalla lettura delle polizze, si può individuare la gerarchia dei rapporti instaurati per questo lavoro di straordinaria manutenzione. Sopra a tutti gli amministratori delle sostanze della chiesa di San Bartolomeo (commissari e massaro), col compito di gestire la spesa per uomini e materiali, controllare lo stato di avanzamento dei lavori come da disegno e tenere i contatti col perito Antonio Malerba, poi mastro Sante e figlio da Piasenza come capi cantiere a dirigere materialmente i lavori di innalzamento, ed infine la manovalanza non qualificata per le operazioni di trasporto e lavorazione delle materie prime.
Il materiale edile per la costruzione venne prodotto in cantiere, allestendo una fornace per la cottura dei laterizi e della calce
Il contratto più importante e interessante è sicuramente quello coi mastri Sante e figlio. Sono stabiliti precisamente diritti e doveri di entrambe le parti al fine di procedere nel migliore dei modi nello svolgimento di un lavoro di qualità. I commissari e massaro mettono a disposizione soldi, uomini e materiali “obligandosi il detto mastro Santo e figliolo di far tuto da huomo da bene”. Nella fornace di pietre e calcina appositamente costruita, si impegnarono a produrre: “migliara n° 20 pietre del modello che li serà consegnato, più coppi miara 6, più quadri il bisogno per selesàr alla misura che le serà data e stabilita”. Per la cottura delle pietre i commissari dovevano “darli il bisogno sia di zoche come di fassine”. Il compenso pattuito per il servizio di preparazione e cottura fu di Lire 30 al “migliaro” “più vino masteli n° 3”. Anche per la posa il compenso fu stabilito in lire 30 al “migliaro”, con “obbligo “alli commissari di meterli huomeni il bisogno per folar terra, condurla al banco, et insomma far quello le serano comandato dalli maestri”.
I contratti contenevano penali pesanti per i lavori che non venivano condotti nell’ottica della migliore realizzazione

I ruderi del campanile dopo i bombardamenti del 1945
Questi, ricevono un acconto di Lire 11 sulle trenta lire della posa in opera, mentre il restante verrà pagato di settimana in settimana man mano che procederanno i

I ruderi della chiesa di Masi, dopo i bombardamenti alleati del 1945
lavori. Le trenta lire della cottura invece, sono tenute a deposito dai commissari, “sino serà cotte e vedute le pietre, coppi e quadri, et in caso che de pietre et altro non fossero cotte per causa sua, sia e s’intenda li soldi trenta della cusinatura persi, non dovendo li signori Commissari per il cucinarle haver altro agravio…”.
Molto più semplice invece la gestione delle spese per gli operai non qualificati. Questi venivano pagati giornalmente a compenso del loro servizio. Nessuna somma in denaro, solo le sostanze per la sopravvivenza:
“Per spesi a far condure tute le pietre, quadroni, faccette, covertine e parte de coppi alla chiesa in moltissime volte a solo pane e vino per li boari: L 22 soldi 14”
“Per far cavar sabion al canal, condurlo nell’Aresella, carezar altro sabion dalla cava n° 20, traficar rovinazi, piantar tolle, piantar legname per l’armadura, a giornata pane e vino, speso lire cinquanta una: L 51”.
“Per condota di calzina, feramenta, gesso, bianco da Este alli Masi in pane e vino, ponte, valli et altre spese occorse in detti viaggi speso L 113”.
Ovviamente, a completamento, non mancano le spese per il trasporto e l’installazione dell’orologio, la croce e la bandiera sulla sommità.
Non sappiamo quanto tempo siano durati i lavori o se negli anni siano intervenute altre modifiche; certo la vita del campanile non è stata affatto lunga: il 25 aprile del 1945 venne abbattuto dai bombardamenti dell’esercito alleato, insieme al ponte sull’Adige che univa la provincia di Padova con quella di Rovigo. Il ponte venne ricostruito nello stesso posto, la chiesa invece venne edificata in un’altra zona del paese, mentre il campanile rimase un’opera tutt’ora incompiuta.







